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Frasi di Carlo Alberto dalla Chiesa: le 20 più belle (con immagini)

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Ultimo aggiornamento: 15 Settembre 2023
Di: Frasi Mania
Frasi di Carlo Alberto dalla Chiesa

Carlo Alberto dalla Chiesa è stato un generale e prefetto italiano nato a Saluzzo il 27 settembre 1920 e morto assassinato dalla mafia siciliana a Palermo il 3 settembre 1982, a pochi mesi dal suo insediamento in qualità di prefetto.

Personaggio di spicco nella lotta contro il terrorismo durante gli anni di piombo in Italia, è ricordato come una persona abile, inflessibile e dalla profonda moralità.

Qui di seguito la nostra selezione delle più belle e famose frasi di Carlo Alberto dalla Chiesa che ce ne sottolineano l’etica e la generosità in ricordo del suo sacrificio nella lotta alla mafia. Eccole!

Aforismi, citazioni e frasi di Carlo Alberto dalla Chiesa

Argomenti:

Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti.

Certe cose non si fanno per coraggio, si fanno solo per guardare più serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli.

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Attenti, perché la mafia non è un “fatto siciliano”: da decenni la mafia sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e industriali.

Finché una tessera di partito conterà più dello Stato, non riusciremo mai a battere la mafia.

Chiunque pensasse di combattere la Mafia nel “pascolo” palermitano e non nel resto d’Italia non farebbe che perdere tempo.

Non spero certo di catturare gli assassini a un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l’arroganza mafiosa deve cessare.

Quando c’è un delitto di mafia, la prima corona che arriva è quella del mandante.

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Io penso che la mia vita non sia stata una favola. E se è, come è, una esperienza duramente vissuta, ambisco solo raccontarla ai giovani della mia arma.

Io, in divisa, ho vissuto tutta la mia vita con l’unico scopo di servire lo Stato, le sue istituzioni e la collettività che mi circonda.

A me interessa conoscere questa “accumulazione primitiva” del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte, che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato, e trasformano, in case moderne o alberghi e ristoranti a la page.

La mafia tende ad arare a coltivare a lucrare anche sulla politica, e quando la politica si lascia coltivare può diventare anche il tramite talvolta inconsapevole per giungere alle istituzioni dello Stato.

Certamente non sono venuto per sgominare la mafia, perché il fenomeno mafioso non lo si può sgominare in una battaglia campale, in una guerra lampo, un cosiddetto Blitz. Però vorrei riuscire a contenerlo per poi sgominarlo.

Preferisco lavorare con chi, da persona responsabile, ama il suo lavoro e ama soprattutto il riserbo.

Amo i giovani, li amo perché sono semplici, sono di pasta buona, hanno gli occhi puliti e ne sono spesso ricambiato, ma amo anche i contadini di terre lontane. Amo soprattutto i miei carabinieri di oggi, di ieri, di ogni ordine e grado, anche quelli che non sono più.

Ero venuto a Palermo per dirigere la lotta alla mafia, non per discutere di competenze e precedenze. Invece fui tradito. Vi fu come un ritiro delle mie credenziali e mi trovai isolato.

Siamo senza unghie, ecco; francamente, di fronte a questi personaggi, mentre nell’indagine normale, nella delinquenza, possiamo far fronte e abbiamo ottenuto anche dei risultati di rilievo, nei confronti del mafioso in quanto tale, in quanto inquadrato in un contesto particolare, è difficile per noi raggiungere le prove.

Un mafioso è uno che lucra per avere prestigio e poi goderne in tutti i settori. E chi lucra è anche capace di uccidere.

La genealogia di ciascun mafioso ci porta a stabilire chi ha sposato il figlio del mafioso, con chi si è imparentato, chi ha tenuto a battesimo, chi lo ha avuto come compare di matrimonio; e tutto questo è mafia, è propaggine mafiosa. È molto più efficace seguire i mafiosi così, cioè non attraverso la scheda solita del ministero dell’Interno, ma da vicino, attraverso i figli, attraverso i coniugi dei figli, attraverso le provenienze, le zone dalle quali provengono, perché anche le zone d’influenza hanno la loro importanza.

Non ho rimpianti, avrei voluto soltanto che quello che era il mio lavoro non venisse a costare molto per i miei affetti.

Si poteva, e si può ancora, sottrarre alla mafia il suo potere. Gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini, non sono altro che i loro elementari diritti: come ad esempio il lavoro e l’assistenza economica. Occorreva e occorre, oggi più che mai, assicuraglieli questi diritti. Così si toglierà potere alla mafia, e i cittadini invece che suoi dipendenti (sudditi), potranno diventare nostri alleati.

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