Poesie sui Fiori: le 10 più belle e delicate

Poesie sui Fiori

I fiori sono un vero e proprio regalo che la natura ci dona in tutto il suo splendore attraverso forme e colori assolutamente incantevoli, leggeri e delicati.

Le loro caratteristiche li hanno resi simbolo di bellezza, ma anche di nascita e di primavera. Ma ogni fiore ha particolarità e significati propri che lo contraddistinguono.

Ecco quindi le più belle poesie sui fiori che ne sottolineano al meglio le caratteristiche e i significati metaforici. Scoprile subito!

Poesie sui fiori

Cogli questo piccolo fiore
(Rabindranath Tagore)
Cogli questo piccolo fiore
e prendilo. Non indugiare!
Temo che esso appassisca
e cada nella polvere.
Non so se potrà trovare
posto nella tua ghirlanda
ma onoralo con la carezza pietosa
della tua mano – e coglilo.
Temo che il giorno finisca
prima del mio risveglio
e passi l’ora dell’offerta.
Anche se il colore è pallido
e tenue è il suo profumo
serviti di questo fiore
finché c’è tempo – e coglilo.

Eternità
(Giuseppe Ungaretti)
Tra un fiore colto e l’altro donato
l’inesprimibile nulla.

Il fiore sul tetto
(Ada Negri)
Ieri non c’era. Or vive, tra due vecchi
embrici. Se per poco io m’arrischiassi
sovra il muretto del terrazzo, cogliere
lo potrei. Non ardisco. È troppo bello
cosí: troppo mi piace, erto sul gambo,
dalle muffe dei tegoli sgorgante
senza una fronda, ma col serto d’oro
d’un reuccio da fiaba. È un fior magato.
Il suo germe quassú lo portò il vento.
Il suo nome lo cantano le stelle.
Nulla sa delle selve e dei giardini
sparsi pel mondo: sta, fra tetti e cielo,
felice: al mondo unico fior si crede,
ed io l’amo per questo.
Io far di lui
voglio il mio dolce amico; e tutto dirgli
del mio cuore, e con lui ridere e piangere.
Con lui bagnarmi al lume della luna
che sugli embrici scorre come rivo
di freschissimo latte; abbrividire
alla carezza che li tinge in rosa
sul far dell’alba; immota al solleone
del meriggio sostar, che li trasforma
in colate di lava incandescenti;
gioir con i rondoni, che nel vespro
in giri e giri senza fine stridono
radendo i tetti con l’oblique penne,
e piú stridon piú impazzano, e d’un tratto
scompaiono, inghiottiti dalle prime
ombre. Con lui, sin che morrà. Sí breve
d’un fior la vita; e, ahimé! la mia sí lunga.
di freschissimo latte; abbrividire
alla carezza che li tinge in rosa
sul far dell’alba; immota al solleone
del meriggio sostar, che li trasforma
in colate di lava incandescenti;
gioir con i rondoni, che nel vespro
in giri e giri senza fine stridono
radendo i tetti con l’oblique penne,
e piú stridon piú impazzano, e d’un tratto
scompaiono, inghiottiti dalle prime
ombre. Con lui, sin che morrà. Sí breve
d’un fior la vita; e, ahimé! la mia sí lunga.

Quanti fiori decadono nel bosco
(Emily Dickinson)
Quanti fiori decadono nel bosco
o periscono dalla collina,
che la loro bellezza non ebbero
in sorte di conoscere.
e quanti affidano un seme senza nome
a una brezza vicina,
ignari del dono scarlatto
che recherà ad altri occhi.

Narciso
(Federico García Lorcaa)
Narciso.
Il tuo odore.
E il fondo del fiume.
Voglio restare sulla tua riva
Fiore dell’amore.
Narciso.
Onde e pesci addormentati
passano nei tuoi bianchi occhi
nei miei, uccelli e farfalle
si stilizzano
Tu minuscolo e io grande.
Fiore dell’amore.
Narciso.
Le rane quanto sono scaltre
Ma non lasciano tranquillo
lo specchio in cui si guardano
il tuo delirio e il mio delirio.
Narciso.
Il mio dolore…
E mio dolore medesimo.

Fiore di campo nasce
(Peppino Impastato)
Fiore di campo nasce
sul grembo della terra nera,
fiore di campo cresce
odoroso di fresca rugiada,
fiore di campo muore
sciogliendo sulla terra
gli umori segreti.

Teste fiorite
(Gianni Rodari)
Se invece dei capelli sulla testa
ci spuntassero i fiori, sai che festa?
Si potrebbe capire a prima vista
chi ha il cuore buono, chi la menta trista.
Il tale ha in fronte un bel ciuffo di rose:
non può certo pensare a brutte cose.
Quest’altro, poveraccio, è d’umor nero:
gli crescono le viole del pensiero.
E quello con le ortiche spettinate?
Deve avere le idee disordinate,
e invano ogni mattina
spreca un vasetto o due di brillantina.

L’ederella
(Giovanni Pascoli)
Prima che pur la primula, che i crochi,
che le viole mammole, fiorisci
tu, qua e là, veronica, coi pochi
petali lisci.
Su le covette, sotto l’olmo e il pioppo,
vai serpeggiando, e sfoggi la tua veste
povera sì, sbiadita sì, ma, troppo,
vedi, celeste.
Per ogni luogo prodighi, per ogni
tempo, te stessa, e chiami a te leggiera
ogni passante per la via, che sogni
la primavera.
Ti guarda e passa. Tu non sei viola!
Di sempre sei! Non hai virtù che piaccia!
La gente passa, e tutti una parola
gettano: Erbaccia!
Tu non odori, o misera, e non frutti;
nè buona mai ti si credè, nè bella
mai ti si disse, pur tra i piedi a tutti,
sempre, ederella!

Coltivo la rosa bianca
(José Martí)
Coltivo una rosa bianca,
in luglio come in gennaio,
per l’amico sincero
che mi porge la sua mano franca.
E per il crudele che mi strappa
il cuore con cui vivo,
né il cardo né ortica coltivo:
coltivo la rosa bianca.

Il fiore
(William Blake)
Allegro, Allegro Passero!
Tra verdi foglie un Fiore
di contentezza colmo
ti vede dritto dritto
sfrecciare a farti il nido
qui sopra il Petto mio.
Grazioso Pettirosso!
Tra verdi foglie un Fiore
di contentezza colmo
ti sente singhiozzare,
Grazioso Pettirosso,
qui sopra il Petto mio.

La prima rosa
(Ada Negri)
Ieri, quando sbocciò la prima rosa
sulla rama più alta del rosaio
che scavalca il muretto di ponente,
risero le spirèe, riser gli arbusti
del biancospino e le stellate siepi.
Anche il pruno sanguigno, che da poco
vesti sue foglie, rise; e l’aria fu
tutta uno squillo. Era color d’aurore,
e splendeva lassù, libera e sola,
penetrata di luce, ebbra del gaudio
d’esser aperta. Sola, e prima: grande
e terribile grazia, esser la prima.
Così in alto, che niun pensato avrebbe
di coglierla: sì presto offerta in dono
alla vita vivente, che oggi morta
già la mirano i bocci ancor racchiusi
nel loro casto segreto.
Esser la prima:
nè darà il maggio rosa che sia bella
come la tua bellezza, o annunziatrice.

Il gelsomino notturno
(Giovanni Pascoli)
E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…
è l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

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