Filastrocche sulla Scuola: le 15 più belle, in rima e divertenti

Filastrocche sulla Scuola

Che sia il primo giorno, l’ultimo, quella primaria o quella superiore, la scuola è sicuramente uno dei luoghi principali che segnano la nostra infanzia e la nostra vita in generale.

Sono tanti gli autori che han quindi deciso di celebrare la scuola con una filastrocca che ne descrive la bellezza e il valore formativo.

Ecco quindi le più belle filastrocche sulla scuola per bambini da imparare assolutamente a memoria. Scoprile subito!

Filastrocche sulla scuola

Una scuola grande come il mondo
(Gianni Rodari)
C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri, professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così.
Ci si impara a parlare, a giocare,
a dormire, svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
Ci sono esami tutti i momenti,
ma non ci sono ripetenti:
nessuno può fermarsi a dieci anni,
a quindici, a venti,
e riposare un pochino.
Di imparare non si finisce mai,
e quel che non si sa
è sempre più importante
di quel che si sa già.
Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.

Un fanciullo andava a scuola
Un fanciullo andava a scuola
senza avere volontà,
vide un pollo che beccava
solo, solo in libertà,
Esclamò: “Poolo beato!
ma perché non sono nato
pollastrello come te?”
E nel mentre che diceva,
una donna prese il pollo
gli tirò ben bene il collo
e ad un chiodo lo legò.
“Mamma mia!” gridò il fanciullo
nel veder quel gran disastro
“Non voglio esser più pollastro:
alla scuola voglio andar!”.

Il primo giorno di scuola
(Lina Schwarz)
Un dì mi ci portarono
e mi lasciaron là,
come un meschino passero
che ancor volar non sa.
Vociavano e ridevano
i bimbi intorno a me;
io cominciai a piangere
senza saper perché.
Una bimbetta piccola
lenta si avvicinò;
avea una mela ruggine,
disse: “Ne vuoi un po’?”.
E me la diede a mordere
fino che ce ne fu,
poi mi asciugò le lacrime
ed io non piansi più.

Compagni di banco
(Marino Moretti)
Che cosa vuoi? Son pronto a darti tutto:
una penna, un quaderno, un taccuino,
purchè tu venga per un po’ vicino…
…Noi siederemo ad uno stesso banco
riordineremo i libri a quando a quando,
e rileggendo un compito e guardando
sul tavolino un grande foglio bianco…

Il bel castello
Correte o bei paggetti
nel vostro bel castello.
Per bimbi piccoletti
è un luogo molto bello.
Andate, su, diamine
nel regno piccolino.
Per voi, o farfalline,
è certo un bel giardino.
Una bella Regina
le dita guiderà.
Sarà una mammina,
gran cose narrerà.
Correte, fate in fretta,
o bimbi e piccoline,
la bella scuola aspetta
le vostre risatine.

La scuola dei grandi
(Gianni Rodari)
Anche i grandi a scuola vanno
tutti i giorni di tutto l’anno.
Una scuola senza banchi,
senza grembiuli né fiocchi bianchi.
E che problemi, quei poveretti,
a risolvere sono costretti:
“In questo stipendio fateci stare
vitto, alloggio e un po’ di mare”.
La lezione è un vero guaio:
“Studiare il conto del calzolaio”.
Che mal di testa il compito in classe:
“C’è l’esattore delle tasse”!

La maestra
Quando a scuola ce ne andiamo
e la mamma a casa resta,
mai da soli rimaniamo
lì ci aspetta la maestra.
Sta seduta e spiega piano
è paziente e non si lagna,
ci controlla da lontano
s’alza e scrive alla lavagna.
Quanto bene sa insegnare:
spiega tutto come un gioco;
a noi tanto fa imparare:
senza lei sapremmo poco.
È davvero molto buona
carismatica e bellina,
la campana adesso suona:
a domani, ciao maestrina!

Marianna
(Sophie Arnould)
Marianna
si mette una gonna,
si mette un maglione,
si infila i calzini
e fa colazione
con fette biscottate e marmellata
per cominciare bene la giornata.
Si avvia di buon passo
e col cuore in gola,
perché stamattina
comincia la scuola.
Marianna,
nella sua cartella
ha messo i pastelli,
l’astuccio, i quaderni,
i libri ed i righelli,
e aggiunge anche uno spuntino
per la merenda di metà mattino.
Marianna
Sulla porta
l’accoglie la bidella:
“Svelta Marianna!
Suona la campanella”.

Alla scuola va il bambino
Alla scuola va il bambino,
ai suoi campi il contadino;
va a bottega l’artigiano,
sotto l’armi va il soldà:
pronti, attenti e con piacer
ognun faccia il suo dover!

A scuola
(Lina Schwarz)
Or la bimba è grandicella,
le han comprato la cartella
e comincia a far la spola:
scuola e casa, casa e scuola.
Senza andar troppo lontano,
va imparando piano, piano,
con la buona volontà,
mille cose che non sa!

Il primo giorno di scuola
(Gianni Rodari)
Suona la campanella;
scopa, scopa la bidella;
viene il bidello ad aprire il portone;
viene il maestro dalla stazione;
viene la mamma, o scolaretto,
a tirarti giù dal letto…
Viene il sole nella stanza:
su, è finita la vacanza.
Metti la penna nell’astuccio,
l’assorbente nel quadernuccio,
fa la punta alla matita
e corri a scrivere la tua vita.
Scrivi bene, senza fretta
ogni giorno una paginetta.
Scrivi parole diritte e chiare:
Amore, lottare, lavorare.

Due quaderni
Macchie, ditate, omini,
di scarabocchi tutto un arruffio:
questo, cari bambini,
è il quaderno di un tale che so io.
Par quasi inverosimile
che un quaderno divenga, in un momento,
quasi irriconoscibile,
come se fosse stato all’acqua e al vento.
E poi, quella scrittura!
Si spingono, si cozzano fra loro,
prese dalla paura,
sillabe e consonanti. Che lavoro!
Guardate invece che bel quadernino
è quello di Carlino:
pulito, decoroso,
a vederlo è un piacere ed un riposo.

Scuola
(Sandro Penna)
Negli azzurri mattini
le file svelte e nere
dei collegiali. Chini
sui libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.

A scuola
(Renzo Pezzani)
Come il mulino odora di farina,
e la chiesa d’incenso e cera fina,
sa di gesso la scuola.
È il buon odor che lascia ogni parola
scritta sulla lavagna,
come un fioretto in mezzo alla campagna.
Tutto qui dentro è bello e sa di buono.
La campanella manda un dolce suono.
A una parete c’è una croce appesa…
Pare d’essere in chiesa:
s’entra senza cappello,
si parla a voce bassa,
si risponde all’appello…
Oh, nella scuola il tempo come passa!
S’apre il libro, si legge e la signora
spiega, per chi non sa, or questo or quello
come in un gioco. Un gioco così bello
che quando di fa l’ora
d’uscir, vorremmo che durasse ancora.
Come il mulino odora di farina
e la chiesa d’incenso e cera fina,
la casa prende odor dal pane nostro
e la scuola dal gesso e dall’inchiostro.

Compito in classe
(Jacques Prévert)
Due e due quattro
quattro e quattro otto
otto e otto fanno sedici…
Ripetete! dice il maestro.
Due e due quattro
quattro e quattro otto
otto e otto fanno sedici.
Ma ecco l’uccello-lira
che passa nel cielo
il bambino lo vede
il bambino l’ascolta
il bambino lo chiama:
Salvami
gioca con me
uccello!
Allora l’uccello discende
e gioca con il bambino.
Due e due quattro…
Ripetete! dice il maestro
e gioca il bambino
e l’uccello gioca con lui…
Quattro e quattro otto
otto e otto fan sedici
e sedici e sedici che fanno?
Niente fanno sedici e sedici
e soprattutto non fanno trentadue
in ogni modo
se ne vanno.
E il bambino ha nascosto l’uccello
nel suo banco
e tutti i bambini
ascoltano la sua canzone
e tutti i bambini
ascoltano la musica
e otto e otto a loro volta se ne vanno
e quattro e quattro e due e due
a loro volta abbandonano il campo
e uno e uno non fanno nè uno nè due
uno a uno egualmente se ne vanno.
E gioca l’uccello-lira
e il bambino canta
e il professore grida:
Quando finirete di fare i pagliacci!
Ma tutti gli altri bambini
ascoltano la musica
e i muri della classe
tranquillamente crollano.
E i vetri diventano sabbia
l’inchiostro ritorna acqua
i banchi ritornano alberi
il gesso ridiventa scoglio
la penna ridiventa uccello.

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