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Frasi di Liliana Segre: le 25 più belle e famose (con immagini)

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Ultimo aggiornamento: 14 Aprile 2023
Di: Frasi Mania
Frasi di Liliana Segre

Liliana Segre è una figura importante della storia italiana e mondiale in quanto sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwit, dove fu deportata all’età di 13 anni, e testimone diretta dell’Olocausto.

Dal 2018 è anche senatrice a vita della Repubblica Italiana in riconoscimento del suo impegno contro l’odio e la discriminazione, ma anche sulla sua capacità di saper sensibilizzare le nuove generazioni sui temi del razzismo e della Shoah.

Qui di seguito la nostra selezione delle più belle frasi di Liliana Segre che ne mettono in luce le idee pacifiste e antifasciste. Eccole!

Aforismi, citazioni e frasi di Liliana Segre

Ad Auschwitz non scegliemmo di attaccarci ai fili elettrificati per scegliere la morte, che sarebbe arrivata in un secondo. Noi scegliemmo la vita, parola importantissima che non va sprecata e non va mai dimenticata nemmeno un minuto. Non bisogna perdere neanche un minuto di questa straordinaria emozione che è la vita. Perché nel tic-tac, che è il tempo che scorre, il tic è già tac.

Nei campi di sterminio rimasi sola, e non rividi più mio padre. Chi è stato ad Auschwitz ha sentito per anni l’odore di carne bruciata: non te lo togli più di dosso. E poi rimani sempre quel numero.

Siate sempre come la farfalla gialla che vola sopra i fili spinati.

Frasi farfalla gialla Segre

Temo di vivere abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite.

Non mandate i figli in gita ai campi di sterminio. Lì si va in pellegrinaggio. Sono posti da visitare con gli occhi bassi, meglio in inverno con vestiti leggeri, senza mangiare il giorno prima, avendo fame per qualche ora.

Ho la paura della perdita della democrazia, perché io so cos’è la non democrazia. La democrazia si perde pian piano, nell’indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi, e c’è chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui.

L’indifferenza porta alla violenza, perché l’indifferenza è già violenza.

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Se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione – peraltro con risultati modesti e talora peggiorativi – fossero state, invece, impiegate per attuarla, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.

L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. È l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo.

Sono una delle ultimissime sopravvissute al mondo e con pessimismo e realismo dico che la Shoah sarà trattata in un rigo nei libri di storia, poi non ci sarà più neanche quello.

Ho visto insegnare l’odio, mi ha guarito l’amore.

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Ora che, per motivi di calendario, carnefici e vittime di quella stagione stiamo morendo uno dopo l’altro, noi pochi sopravvissuti siamo in prima linea. Spesso siamo lodati ma veniamo anche criticati, trattati da pazzi. O anche da bugiardi. Viviamo in un brutto momento in cui i negazionisti, che vogliono far dimenticare e vogliono cancellare la memoria, si fanno sempre più avanti, e sempre più forti…

La parola indifferenza è più grave della parola violenza.

Mi fa impressione quando sento di barconi affondati nel Mediterraneo, magari 200 profughi di cui nessuno chiede nulla. Persone che diventano numeri anziché nomi. Come facevano i nazisti. Anche per questo non ho mai voluto cancellare il tatuaggio con cui mi hanno fatto entrare ad Auschwitz.

Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare.

L’indifferenza è peggio della violenza. Dall’indifferenza non puoi difenderti.

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La Costituzione Repubblicana, come disse Piero Calamandrei, non è un pezzo di carta, ma è il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943 ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti.

Io sono stata una clandestina. Ora mi si sono aperte le porte del Senato, ma tanti anni fa ero una bambina impaurita a cui venne rifiutato l’asilo in Svizzera.

La memoria è un vaccino che ci fa essere cittadini migliori.

Dai vagoni piombati saliva un coro di urla, di richiami, di implorazioni: nessuno ascoltava. Mi stringevo a papà, che era distrutto, pallido, gli occhi cerchiati di rosso di chi non dorme da giorni.

Prima, durante e dopo la mia prigionia mi ha ferito l’indifferenza colpevole più della violenza stessa. Quella stessa indifferenza che ora permette che Italia e Europa si risveglino ancora razziste; temo di vivere abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite.

I paragoni tra la persecuzione ebraica e le disposizioni sui vaccini sono follie, gesti in cui il cattivo gusto si incrocia con l’ignoranza: siccome spero di non essere né ignorante né di avere cattivo gusto, non riesco a prendermela più di tanto.

Noi non capivamo niente e le nostre guardie buttavano via le divise, le armi, si mettevano in in mutande, mandavano via i cani che erano stati proprio il simbolo del potere del soldato SS. Noi eravamo sbalordite, con i nostri occhi, con la nostra debolezza, con le gambe che non reggevano più, vedevamo la Storia che cambiava davanti a noi ed era una visione apocalittica, straordinaria, incredibile. Quando anche il comandante di quell’ultimo campo vicino a me si mise in mutande, quell’uomo alto, sempre elegantissimo, crudele sulle prigioniere inermi, e buttò la divisa sul fosso, la sua pistola cadde ai miei piedi ed io ebbi la tentazione fortissima di prenderla e sparargli. Lo avevo odiato, avevo sofferto tanto, sognavo la vendetta: quando vidi quella pistola ai miei piedi, pensai di chinarmi, prendere la pistola e sparargli. Mi sembrava un giusto finale di quella storia, ma capii di esser tanto diversa dal mio assassino, che la mia scelta di vita non si poteva assolutamente coniugare con la teoria dell’odio e del fanatismo nazista; io nella mia debolezza estrema ero molto più forte del mio assassino, non avrei mai potuto raccogliere quella pistola, e da quel momento sono stata libera. Non posso dimenticare. Io sono la memoria di quello che è successo. Coltivare la Memoria è ancora oggi un antidoto prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare.

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